Guido Maria Grillo, il cantautorato impegnato non è morto

Interviste

Abbiamo scoperto Guido Maria Grillo qualche anno fa, nel 2015, quando con la sua voce eterea incantò il Teatro Regio di Parma in apertura dell’unica data sul territorio italiano di Rufus WainwrightSalernitano, cantautore sofisticato e impegnato con due dischi all’attivo e un terzo disco “nel cassetto per motivi contrattuali”.  

Ha suonato sul palco di artisti del calibro di Avion Travel, Petra Magoni e Ferruccio Spinetti, Marlene Kuntz e ha collaborato con Paolo Benvegnù, Cristiano Godano e gianCarlo Onorato nel progetto EX-live, sfociato in un lunghissimo tour.

E’ uscito da poco il suo nuovo lavoro “Torino Chiama”, un EP interamente analogico, frutto di una collaborazione con i principali esponenti della scena emergente torinese, che l’hanno affiancato nella reinterpretazione di alcuni brani provenienti dai due album precedenti.

L’abbiamo disturbato nel suo rifugio cilentano, in un momento molto particolare della sua vita perché è da poco diventato papà. Ma, tra pannolini e ninne nanne, ci ha comunque dedicato un po’ del suo tempo, raccontandoci del suo percorso artistico e dei suoi progetti, ma anche condividendo con noi i suoi pensieri sulla scena cantautoriale italiana di oggi.

Come è iniziato il tuo percorso musicale?

Canto fin da piccolissimo perché la musica in qualche modo in casa mia era sempre presente; anzi, più che in casa, in macchina… ho letteralmente passato un’infanzia in macchina, la mia famiglia viaggiava molto e ricordo che cantavamo a squarciagola tutto il meglio del cantautorato italiano e non, Mina, Battisti, Tenco ma anche Aznavour. Gli esordi come musicista risalgono alla scuola superiore, il mio compagno di banco di prima liceo mi propose di fare una band e io accettai. Fu tutto per gioco all’inizio, io non avevo idea di cosa volesse dire cantare in un gruppo. Suonammo tanti anni insieme, passavamo praticamente intere giornate in sala prove. Del resto il gruppo era per tutti noi anche un po’ casa e famiglia, eravamo dei ragazzi di provincia e suonare era tutto sommato un modo per passare le giornate in modo alternativo. Finché nel 2004 ho intrapreso il mio percorso solista. Ho iniziato registrando alcune delle canzoni che avevo composto e proponendole a qualche concorso per emergenti. Ho avuto poi la fortuna di vincere due di questi concorsi, quasi in contemporanea, uno a Roma e uno a Bologna (MusicaControCorrente e Bologna Music Festival – ndr). Era il 2006, anno in cui mi sono trasferito a Parma, iniziando a uscire dall’isolamento della provincia salernitana.  E’ più o meno da lì che ho iniziato a fare un po’ più sul serio.

A Parma hai studiato filosofia e scritto la tua tesi di laurea su Fabrizio De Andrè. Quanto ha pesato questa figura nella tua formazione? Quali altri artisti, cantautori e non, hanno influenzato il tuo percorso?

Mi sono appassionato alla figura di Fabrizio De Andrè intorno ai 19-20 anni. La decisione di scrivere la mia tesi di laurea su di lui viene dal fatto che ho capito che una parte del suo pensiero era ancora poco conosciuto, in particolare le sue canzoni che amo di più, quelle del disco “La Buona Novella”, che erano a mio parere le più inesplorate. Sicuramente studiare così a fondo un certo De Andrè ha influito sulla mia formazione. Per il resto, mi sono cibato prevalentemente di musica straniera. La mia passione per la musica è esplosa nel pieno degli anni ‘90 e in quel periodo mi sono nutrito di Nirvana, Soundgarden e di tutto quanto provenisse dalla scena grunge. Poi ho scoperto la meraviglia di Jeff Buckley e il mio approccio verso al rock è andato in un’altra direzione. Penso che per ogni forma di espressione artistica l’isolamento sia deleterio, il confronto con altre realtà è assolutamente fondamentale per l’ispirazione. Così, negli ultimi 10 anni sono diventato vorace, cercando ovunque cose poco note che mi sono servite sia come autore che come ascoltatore. Ho molto amato Antony Hegarty (Antony & The Johnsons), DM Stith, Soap & Skin.

Com’è essere cantautore oggi? Che differenza c’è, se c’è, con i grandi cantautori del passato?

Trovo che in Italia la definizione di “cantautore” sia usata sempre in un’accezione piuttosto restrittiva, si pensa alla tradizione del grande cantautorato del passato e si fatica ad andare oltre. Forse la definizione inglese di “songrwriter” è più completa e in qualche modo più aperta a tutte le possibili declinazioni. L’idea che mi sono fatto è che una parte consistente del cantautorato italiano 2.0 stia andando in una direzione decisamente pop. Con questo non voglio dire che pop sia una brutta parola, indubbiamente è qualcosa che merita rispetto, solo che spesso in italia è un genere che si accompagna alla cultura del disimpegno, mentre altrove si fa pop in modo più cosciente e ricercato. Ecco, io ho la sensazione che in Italia oggi una parte del cantautorato che sta prendendo piede sia piuttosto “scialla”, leggera, disimpegnata. Il ché non è un male in sé, se non fosse che questa rappresentanza ha monopolizzato il circuito e purtroppo lascia poco spazio agli altri.

Premio Tenco e Festival di San Remo, due esperienze di tenore molto diverso. Cosa hai portato a casa da entrambe?

Purtroppo ho partecipato al Premio Tenco nel 2011, quando ormai stava vivendo (almeno secondo me) una fase di declino rispetto a quello che aveva significato per la scena della musica cantautorale italiana fino a qualche decennio prima. Non so dire se questo declino sia dovuto alla gestione stessa dell’iniziativa o a questa cultura del disimpegno dilagante che ha prosciugato dall’interno il mondo cantautoriale, resta il fatto che suonare all’Ariston è stata innegabilmente una grande emozione.

Sanremo invece è stata una scommessa, un gioco. Ma poi ci ho preso gusto: mi sono presentato per 4 anni consecutivi, i primi due da outsider perché venivo dalla scena indipendente, posizionandomi sempre tra i 60 finalisti delle selezioni Rai. Purtroppo non sono mai riuscito ad accedere alla fase finale, ma ho capito che la mia proposta era qualcosa che poteva piacere e questo mi è servito a confermare che la strada intrapresa era quella giusta.

In Italia purtroppo gli spazi per chi fa musica si sono ridotti in maniera drastica. Così come lo stesso Premio Tenco, anche molti altri eventi si sono indeboliti e hanno perso via via potere. Così la scena cantautoriale più disimpegnata si è spostata verso altri contesti, iniziando a sfruttare gli spazi che prima appartenevano alla musica pop.

La conseguenza è generale livellamento dell’offerta rispetto al passato. La mia generazione è cresciuta con una serie di luoghi, emittenti tv e radiofoniche, manifestazioni che offrivano musica rock abbastanza variegata. Oggi non è più così, la radio è spesso inascoltabile per la sua omologazione; c’è una connivenza tra le principali radio e le case discografiche più potenti che toglie spazio a chi fa cose diverse e fa mancare totalmente la volontà e il coraggio di puntare su un prodotto diverso.

E’ vero, siamo nell’epoca di Youtube e Spotify, enormi enciclopedie in cui volendo hai a disposizione tutto quello che ti serve. Ma il problema è che quando non sai cosa cerchi, non sai da dove partire. Sono strumenti potentissimi ma che non fanno selezione; peggio, spesso la selezione viene determinata dal consumo, nel senso che il contenuto più cliccato è quello che viene proposto a un numero maggiore di utenti, instaurando un circolo vizioso in cui è la massa che detta il gusto.

Gli esordi in una piccola etichetta bolognese indipendente (AM Productions), poi un contratto con la Warner Music. Come hai vissuto questa evoluzione?

Ho pubblicato i miei primi due album (“Guido Maria Grillo” nel 2009 e “Non è quasi mai quello che appare” nel 2011ndr) con una piccola etichetta indipendente, la AM Productions. Poi il contratto con la Warner Music, una parentesi durata due anni, durante la quale, a dire il vero, ho pubblicato solo un singolo (““Così sia”- 2015- ndr).

 L’ultimo EP, uscito da poco e prodotto con un’etichetta/agenzia di Torino, s’intitola “Torino chiama” e propone una serie di registrazioni in presa diretta effettuate nel teatro torinese del Cap10100. Si tratta di canzoni già edite recuperate dai miei primi due dischi, rivisitate grazie alla collaborazione con alcuni artisti della scena torinese, tra cui Bianco, Levante, Daniele Celona, Cecilia, Carlot-ta, Marco Notari ed altri.

Esisteva poi anche un terzo disco ufficiale, pronto per uscire, che, a causa di divergenze con l’etichetta che avrebbe dovuto pubblicarlo, è stato messo nel cassetto. Tre anni dopo, visto che non se ne usciva, ho deciso di regalare quel lavoro al web, pubblicando sulla mia pagina Facebook una canzone ogni mese.

E poi ti diletti con tanti progetti collaterali. A Parma ho ricordo di te che dirigevi per le strade della città il Coro dei Malfattori durante i festeggiamenti del 25 Aprile. Com’è nata quest’idea? Cos’è per te la resistenza oggi?

L’idea di un coro che riportasse in vita i canti partigiani non era nata direttamente da me ma da due amici che hanno contribuito a crearlo insieme a me al Materia Off, un piccolo salotto culturale che avevo creato a Parma, all’interno del quale avevamo raccolto le prime adesioni.

Io credo che, dal punto di vista politico, stiamo vivendo un momento di grande disgregazione sociale, nel quale la resistenza non può che essere coltivata in forma individuale o all’interno di piccoli gruppi. Siamo ormai nell’era dell’opinione, dell’ideologia fai da te.

Dal punto di vista dell’impegno artistico e individuale, resistere è esattamente coltivare il bisogno di rimanere se stessi in un mondo in cui per ottenere risultati molto spesso si deve rinunciare a questo. E dicendo “risultati” non intendo popolarità o fama usa e getta, ma la semplice possibilità di fare di quello che si ama un lavoro e un impegno significativo. Resistere vuol dire fino in fondo cercare di ottenere il risultato evitando il più possibile il compromesso. Non un compromesso qualunque, che in molte situazioni è naturale e giusto, ma quel compromesso che ti snatura. Sono convinto che sia necessario coltivare l’individualità, perché quando questa perde forza si cade nel conformismo. E comunque, una vita spesa facendo quello che non ti piace è secondo me una vita buttata.

E’ questo il consiglio che ti senti di dare ai musicisti emergenti oggi in Italia?

Non credo di essere in grado di dare consigli ad altri musicisti, ma ti dico quello che continuo a ripetere a me stesso: cedere al compromesso pensando che porti al risultato è un grave errore, per 100 che fanno compromessi pochissimi arrivano al risultato. Alla fine ci si snatura e basta. E poi il compromesso è qualcosa che ci avvicina a cose già fatte da altri, mentre nella musica credo sia fondamentale avere una cifra stilistica il più possibile propria, essere derivativi non porta a nulla. Di tanti imitatori di Lucio Battisti sono davvero pochissimi quelli che hanno raggiunto il successo…

Sei da poco diventato papà di un bel bimbo? Quale ninna nanna sceglierai per tuo figlio?

Per il momento mi sto attenendo ai formati standard di ninna nanna, mi limito a cambiare le parole! Scherzi a parte, mi hanno detto in questi mesi di attesa che sarebbe cambiato il mio modo di scrivere e avrei avuto un approccio radicalmente diverso. Per ora sono solo emotivamente distratto dalla sua presenza e devo dire che mi piace così. Sto prendendo le misure. Poi chissà…

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